SIRENOTTA E POLITICALLY STUPID?

ANTEFATTO

L’interessante operazione promozionale portata avanti dalla The Walt Disney Company attraverso la riproposizione del vecchio classico, “La Sirenetta” (che uscirà il prossimo anno, 2023) e dal trailer che in questi giorni ne anticipa la visione, mi dà l’occasione per riflettere sui sistemi di manipolazione sociale e di comunicazione induttiva ai quali siamo sottoposti e che contribuiscono a generare questo stesso articolo.

La storia è nota a tutti: una giovane principessa acquatica si innamora di un principe, mette a rischio la sua voce, rinuncia alla sua stessa natura, abbandona la famiglia e per amore si trasforma in un bipede. Si tratta di una fiaba molto nota dello scrittore danese Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1837. Alla protagonista è dedicata una statua emblematica nel porto di Copenaghen, la capitale della Danimarca.

Sino al corrente 2022, ed a questo trailer, il personaggio della Sirenetta era stato sempre rappresentato in maniera iconica: una ragazzina dall’aspetto danese, bianca e con i capelli rossi, lisci persino. La Disney ha pensato che questo prototipo non fosse inclusivo, che fosse necessario reinventare le sembianze del personaggio, affinché le giovani ragazze di colore potessero riconoscersi ed avere un modello in cui rispecchiarsi. Essenzialmente, questa riproposizione si allinea ad un veicolato umore prevalente “politically correct”, con l’idea di voler rifuggire l’offesa e lo svantaggio verso una categoria di persone all’interno della nostra società.

Pertanto, per non creare disagio ma per stimolare accettazione, si è deciso di proporre una Sirenetta di colore, continuando un percorso intrapreso già da molto tempo. Così, storie generate dalla cultura bianca-occidentale vengono essenzialmente mantenute inalterate, ma riadattate modificando il colore della pelle, da bianco a nero, di un personaggio principale o, talvolta, cambiando il sesso del protagonista dal maschile al femminile, sin ora mai al contrario (vedi ad esempio Foundation basata sull’opera letteraria di Isaac Asimov).

Interessante.

LA REAZIONE

Innanzi a questo cambiamento l’opinione pubblica si è divisa – come sempre capita – in due fazioni contrapposte, le necessarie due tifoserie: una parte “resistente” al cambiamento, legata ad una narrazione tradizionale e fedele all’originale, infastidita da queste continue forzature; un’altra “sovversiva”, accogliente, apparentemente favorevole all’integrazione, lieta del cambiamento.

Di solito la parte resistente afferma che è possibile raccontare nuove storie con nuovi protagonisti di colore, che siano narrazioni di questo o preferibilmente di altri processi culturali, storici o tradizionali, che vi siano nuovi simboli, nuovi eroi, nuovi punti di riferimento in cui i bambini possano riconoscersi.
Di solito la parte sovversiva accusa la controparte di razzismo, di intolleranza, di incapacità di accettazione del cambiamento. Osteggiare una semplice variazione narrativa dal valore inclusivo non può che essere un atto di chiusura, di intolleranza e di rigidità mentale.

I resistenti mostrano foto di ragazze danesi bianche e con i capelli rossi, quasi sempre estremamente belle, a voler consolidare un preconfezionato stereotipo mentale.
I sovversivi mettono in circolo filmati amatoriali di bambine di colore che si esaltano nel potersi riconoscere in una principessa con la propria stessa carnagione.

LA MANIPOLAZIONE

Le parti in contrapposizione – su una questione futile, ammettiamolo – agiscono e disquisiscono in funzione delle determinazioni del marketing della Disney e, più in generale, del marketing mondiale volto a generare nuovi stereotipi utili ai propri scopi. Non vi sono individui liberi in nessuna delle due fazioni, stanno trovando terreno di contrasto su un particolare secondario all’interno di una specifica rappresentazione di una specifica favola: della Disney, ovviamente.

Osserviamo la nuova Sirenetta, e vediamo quanto poco sia inclusiva, e politicamente scorretta.

L’attrice afroamericana Halle Bailey che interpreta il personaggio è l’opposto della rappresentatività inclusiva. È, in verità, uno stereotipo vivente di qualcosa d’altro. È longilinea, molto bella, il seno perfetto, eccellenti forme, ha un volto assolutamente simmetrico, non ha brufoli, niente acne, non è asiatica, non è cilena, ha i denti perfetti, non indossa “l’apparecchietto” e non è calva. Ad osservarla bene si nota che ha anche una altezza “normale”, e canta benissimo.

Incarna, cioè, uno stereotipo di colore in cui una bambina cinese, afona, in sovrappeso e con i brufoli avrebbe pochissime opportunità di riconoscersi. Significa che creare una categoria significa escludere ogni altro che non ne abbia i caratteri, significa che il cambio del colore della pelle non è “politically correct” se non nella misura in cui è in armonia con i processi di vendita del prodotto Disney, rivolti ad ampli segmenti di pubblico pagante.

In definitiva, significa che se si pensa che sia razzista difendere l’icona di un personaggio bianco e con i capelli rossi e altrettanto razzista (ma più “di tendenza”) proporre un personaggio di colore e senza alcun difetto fisico… a parte una coda da pesce.

E le minoranze? Delle minoranze non fotte un cazzo a nessuno. La bambina grassa, brufolosa, cinese continuerà a non avere il suo “eroe” di riferimento sin tanto che non diventerà economicamente e socialmente rilevante.

CI DIMENTICHIAMO DELLE BAMBINE FELICI?

Non ci dimentichiamo delle bimbe di colore che, guardando una sirenetta con la pelle scura si sono riconosciute ed hanno manifestato una spontanea felicità. Varie persone che conosco hanno condiviso in buona fede filmati amatoriali di queste bimbe contente. Filmati amatoriali?

Immaginate questi genitori intuire che verrà trasmesso il trailer pubblicitario del film la Sirenetta nelle loro case, affrettarsi a riprendere l’esatto momento in cui le loro figlie per la prima volta lo avrebbero visto, catturarne la rapita emozione, raccogliere questo specifico segmento di filmato e condividerlo sui propri profili social. Immaginate ora che qualcuno – non meglio precisato – riesca a vedere una rilevante quantità di questi filmati, evidentemente presenti fra tutti i propri contatti social, che li raccolga e ne faccia un montaggio professionalmente valido… ma non così tanto valido da poter sembrare professionale. Immaginate che tutta questa successione accada nel giro di 1 giorno dall’uscita del trailer pubblicitario della Disney. Soprattutto, immaginate che questa non sia una banale operazione di marketing della Disney stessa.
Se anche tu hai condiviso questo genere di filmato pensando di “fare una cosa inclusiva”, in effetti sei stato un soggetto passivo, in un processo manipolativo di massa, all’interno di una campagna pubblicitaria virale fondata sulla tua buona fede, sulla necessità di sentirsi omologati in un gruppo rilevante, e di provare un senso pace in un flusso narrativo improvvisamente dominante che “ti faccia sentire nel giusto”.

LA LIBERTÀ ESPRESSIVA DELL’ARTISTA DOVE LA METTIAMO?

La scelta di rappresentare una Sirenetta nera può ben essere la manifestazione espressiva di una idea artistica. Non abbiamo forse visto rappresentare le tragedie di Shakespeare da attori in giacca e cravatta?

Potrebbe, pertanto, essere non una omologazione volta alla costruzione di un nuovo pensiero dominante verso una specifica “inclusività escludente” all’interno di campagne virali di marketing globale, ma una forma di libertà creativa.
Tuttavia, l’artista produce un filmato con aspect ratio 16/9 di durata mai eccedente le 3 ore, dopo averlo testato sui “gruppi di controllo visione”.

GESÙ

Nelle rappresentazioni di simboli accoglienti ed inclusivi, che non arrechino svantaggio o producano offesa rendendo impossibile l’identificazione di minoranze, mi sovviene talvolta l’idea di una rappresentazione iconoclasta di Gesù: piuttosto in sovrappeso, stempiato, con un capezzolo asimmetrico, una protuberanza nei pressi dell’orecchio sinistro e con gli occhi palesemente “a mandorla”.

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Anche “a mandorla” è divenuta una espressione politicamente scorretta, offensiva, e persino razzista.

FMG