LA GUERRA DEL PACIFISMO

Una margherita tra i capelli, una camicia colorata, ed una nube di fumo d’erba: questo non ha nulla a che vedere con il pacifismo. Si tratta di rappresentazioni manipolative tese a depotenziare e distorcere il senso di una battaglia di valori per trasformarla in una rappresentazione vignettistica.

I pacifisti non hanno bandiere della pace colorate, ma combattono per le proprie istanze. Questa narrazioni rappresentano una corruzione del pensiero, depotenziamento del senso, e travisamento del significato.

PACIFISMO significa combattere duramente ed in vari modi per ottenere delle condizioni idonee a pacificare stati sperequati e contrapposizioni squilibrate di potere.
Partiamo dall’etimo, giusto per chiarirci le idee. La parola PACE ha un suono antico ed un significato profondo. Il suono trova fondamento nella lingua sacra dei suoni scritti in testo: il sanscrito. Il suono pak– riconosce la molteplicità e indica l’unire, superare la contrapposizione attraverso una pacificazione, una unione. Il suono pak– arriva nel latino e giunge dentro l’italiano. Lo ritroviamo in parole come “patto“, proprio ad indicare un accordo, una unione, una pacificazione; lo troviamo in “pagare“, cioè un pacificare una divergenza di interessi tra debitore e creditore, etc.

Fare pace non ha nulla a che vedere con la sottomissione, con l’accettazione passiva, con il subire il potere del più forte. Fare pace significa trovare un accordo che soddisfi le parti. Spesso questo accordo è condizionato dai rapporti di forza di chi lo stipula.

Il pacifismo è una forma di contrapposizione, uno strumento bellico di opposizione che i più deboli possono esercitare con estrema forza contro il potere contrapposto. Il pacifismo non è accettazione sottomessa del potere imperante.

Il pacifismo è resistenza e lotta.[/vc_column_text][vc_column_text]Viviamo anni bui (2021), come in un lungo Alto Medio Evo. Così è necessario combattere anche per restituire senso e significato colà dove si è operato per distorcerlo e svuotarlo. La cultura, anche questa è una potente arma, uno strumento di difesa: la cultura!

La pace non è una condizione spontanea dell’esistenza, al contrario rappresenta il traguardo da raggiungere attraverso delle intese e l’allontanamento della conflittualità. Un patto non è un fatto spontaneo, ma necessita impegno, lotta, resistenza, determinazione, e non accettazione.
Le parti sono tenute, ciascuna, a riconoscere l’altro, ad accettarne l’esistenza e le istanze.

L’alternativa alla pace è la disintegrazione o l’assimilazione dell’avversario.

Per fare la pace è necessaria la guerra.

L’assenza di guerra non è pace, la parola da utilizzare è un’altra e non la richiamerò in questo contesto. La pace, invece, è il superamento di una qualsiasi forma di guerra.

La storia ci ricorda che le due più grandi potenze del Medio Oriente erano gli Egizi e gli Ittiti. Nel 1274 a.C. si contrapposero in una guerra senza esclusione di colpi, presso il fiume Oronte. Con ogni probabilità fu il conflitto bellico con il maggior impiego di “mezzi pesanti“, infatti, in quella battaglia furono coinvolti non meno di 5.000 carri da combattimento trainati da cavalli. Su questo evento abbiamo una ampia documentazione storica, il primo evento di cui disponiamo una così ampia quantità di riferimenti.

L’aspetto che qui ci interessa è la conclusione della guerra, avvenuta con la stipula del primo trattato internazionale di cui si conoscano le clausole. Nella pattuizione raggiunta, i due sovrani giurarono reciprocamente per sè, i propri popoli e le discendenze di mantenere “buona pace e fraternità eterna“. Si promisero aiuto reciproco contro eventuali altri futuri nemici, e l’egizio Ramses prese in moglie due delle figlie del sovrano degli Ittiti, per consacrare e confermare la pace.

Questo significa la pace: confliggere, resistere, giungere ad un accordo.

Così, dovrebbe essere più semplice comprendere il senso del noto detto degli antichi romani si vis pacem, para bellum (Vegezio), altrimenti poco comprensibile.

Francesco d’Assisi partecipò attivamente alle crociate. Il suo modo di combattere non faceva ricorso a spade e scudi. Il suo modo per superare lo scontro armato – giungendo ad un patto pacifico, in cui ciascuna parte potesse riconoscere l’esistenza ed il valore dell’altro – era il dialogo. Egli tentò di convincere sia i crociati che il sultano a trovare delle soluzioni non conflittuali per superare gli scontri.[/vc_column_text][vc_column_text]Nella modernità, l’idea di utilizzare il pacifismo come strumento di accettazione e sottomissione dei popoli, di riduzione dei conflitti a vantaggio esclusivo di un potere, della sedazione della contrapposizione e della resistenza dei più deboli, piacque molto a chi il potere lo esercita. Si intraprese, pertanto, un percorso di ridefinizione delle parole, ed uno sdoppiamento del senso e del significato: la pace come strumento non armato del forte contro il debole. Esattamente del forte contro il debole.

La corrente del pacifismo laico si collegava alle teorie economiche liberali che volevano la riduzione delle spese militari e la promozione del libero commercio: il passaggio, cioè, dal conflitto militare armato al potere dei mercati economici prima, e finanziari poi, inteso come un mezzo conflittuale dei pochi contro i molti.

A questa visione mercantilistica dell’antimilitarismo si contrapponeva un ordine di pensiero socialista, in cui è la pluralità degli individui divenuti popolo ad esercitare interessi vari e contrapposti, in una tutela generale. Così che la sovranità non appartenga ad un sovrano – propenso ad atti di guerra – ma la sovranità appartenga al popolo – con interessi più sfumati e divergenti dal conflitto bellico. Proprio in questo modo il popolo avrebbe limitato la volontà dei regnanti di fare la guerra.
I socialisti auspicavano il superamento del capitalismo, poiché – come fu detto al Congresso di Stoccarda del 1907 – «le guerre sono la conseguenza della concorrenza degli Stati capitalistici, ne consegue che cesseranno solo con il venir meno del capitalismo». La maggioranza dell’assemblea condannò ogni guerra in quanto guerra fra capitalisti.

Anche le logge massoniche europee, essendo incarnazione di potere, aspiravano alla pace come metodo di controllo sociale privo di resistenze.
Questi aspiravano alla creazione di una “Società delle Nazioni“, una organizzazione internazionale che fu effettivamente istituita dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale con lo scopo dichiarato di mantenere la loro idea di pace e sviluppare, fra loro, forme di cooperazione internazionale in campo economico e sociale.

Bisogna attendere Gandhi per una forma di resistenza molto determinata, forte, estremamente contrapposta al potere dominante: il pacifismo non violento, cioè una forma estrema di conflitto non armato: il contrario della sottomissione o dell’accettazione inerme del potere altrui. Per la prima volta si registra una forma di pacifismo, questa di tipo non violento, ampia ed inflessibile,

Gandhi, auspicava la riorganizzazione egualitaria della vita sociale come strumento di cambiamento. Egli coniò il termine satyagraha, parola con cui voleva indicare la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza di massa. Questa determinata disobbedienza che condusse l’India all’indipendenza dai colonialisti anglosassoni. Il satyagraha è una parola costruita sui termini satya (verità) e ahimsa (non violenza).

Il mio interesse non si concentra sul pacifismo non violento indiano di Ghandi, ma sulle azioni già precedenti, messe in atto in Africa.

Da giovane, svolgendo la sua attività d’avvocato, Gandhi passò un lungo periodo in Sudafrica, entrando in contatto con il fenomeno dell’apartheid, e divenendo egli stesso oggetto di pregiudizio razziale e violenza, vittima di discriminazioni, assistendo alle condizioni di schiavitù nelle quali vivevano i suoi 150.000 connazionali presenti in quel Paese.

La contrapposizione portata avanti da Gandhi, contro un potere violento ed ingiusto, iniziò proprio durante i suoi anni in Sud Africa.

Il governo del Transvaal aveva votato una legge di chiaro stampo razzista, tesa ad obbligare gli indiani ad essere schedati. L’11 settembre 1906, Gandhi adottò per la prima volta la sua metodologia della satyagraha, resistendo, sfidando la nuova legge ed affrontando le relative punizioni previste. Il piano viene adottato e porta a una lotta che dura circa sette anni. Migliaia di indiani e cinesi vengono imprigionati e frustati per essersi rifiutati di iscriversi, per aver bruciato la propria carta di registrazione ed aver resistito in maniera determinata e non-violenta. Molti vengono uccisi.

In quegli anni, il governo del Transvaal rese illegali i matrimoni tra non cristiani. La disobbedienza culminò nel 1913 con lo sciopero generale e la marcia delle donne indiane.  La pressione dell’opinione pubblica e delle istituzioni internazionali incisero sulla decisione di  rendere nuovamente legali i matrimoni misti, e la tassa imposta agli indiani che vogliano diventare lavoratori liberi viene abolita.

Questo è pacifismo: è lotta, è contrapposizione, è perseveranza.[/vc_column_text][vc_column_text]

« Questa è, di fatto, la definizione di una rivoluzione pacifica, se una simile rivoluzione è possibile. Se l’esattore delle tasse, od ogni altro pubblico ufficiale, mi chiede, come uno ha fatto, “Ma cosa devo fare?” la mia risposta è, “Se vuoi davvero fare qualcosa, rassegna le dimissioni“. Quando il suddito si è rifiutato di obbedire, e l’ufficiale ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico, allora la rivoluzione è compiuta. »
(Henry David Thoreau, Disobbedienza civile)
articolo di Fmg